COVID, I FAMILIARI DELLE VITTIME: «LA “COSCIENZA A POSTO” DI SPERANZA OFFENDE I NOSTRI MORTI. I “BUOI SCAPPATI” IL 5 MARZO? IL RECINTO ANDAVA CHIUSO IL 23 FEBBRAIO»
Roma-Bergamo, 7 novembre 2026 «Sentire l’ex Ministro della Salute Roberto Speranza dichiarare in Commissione d’inchiesta “abbiamo la coscienza a posto, andiamo a testa alta” è per noi un affronto alla memoria di migliaia di cittadini della Bergamasca morti nell’abbandono e nella solitudine». Così l’Associazione dei Familiari delle Vittime del COVID-19 dell’Associazione #Sereniesempreuniti commenta l’audizione di ieri davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid. È stata un’audizione tesa, culminata in diverse sospensioni dei lavori, in cui è rimasta ancora senza risposta la domanda che i familiari pongono da sei anni sulla mancata zona rossa in Val Seriana: perchè il 23 febbraio non si è intervenuto a Nembro e Alzano Lombardo come a Vò Euganeo e a Codogno e Lodigiano? La bergamasca è il territorio che ha registrato uno dei tassi di mortalità più alti d’Europa.
«I BUOI ERANO USCITI DALLA STALLA». MA CHI HA LASCIATO APERTO IL RECINTO?
Per giustificare l’assenza di una chiusura mirata, l’ex Ministro ha affermato che il 5 marzo 2020 «i buoi erano ormai usciti dalla stalla». La domanda decisiva, però, è un’altra: perché il recinto non fu chiuso il 23 febbraio?
Quel giorno, dopo i primi casi ad Alzano Lombardo e Nembro, si poteva isolare l’area, come si stava facendo per il Lodigiano e Vo’ Euganeo con un provvedimento firmato dallo stesso Speranza. In Val Seriana, invece, per due settimane le fabbriche sono rimaste aperte, i cittadini hanno continuato ad andare al lavoro e il contagio si è propagato. Il lockdown nazionale dell’8 marzo è arrivato quando il focolaio non era più circoscritto e non può sanare quel ritardo.
Incalzato dal Presidente della Commissione Marco Lisei, Speranza ha richiamato la ripartizione delle competenze tra Stato e Regione e l’art. 32 della legge n. 833 del 1978. È una risposta sulle competenze che non spiega perché, potendo intervenire, non si intervenne.
IL 2 MARZO: UNA VERSIONE CONTRADDETTA DAGLI ATTI
Speranza ribadisce di aver avuto piena contezza della situazione bergamasca solo il 3 marzo. L’appunto d’ufficio del dott. Agostino Miozzo, agli atti della Procura di Bergamo, indica però la sua presenza alla riunione delle ore 18:00 del 2 marzo 2020 a Palazzo Chigi, insieme all’allora Presidente del Consiglio Conte e al CTS.
In quella sede il prof. Brusaferro avrebbe sollecitato l’immediata chiusura di Alzano e Nembro. Conte avrebbe preso tempo richiamando un «costo sociale, politico, non solo economico, molto alto». Speranza era presente. Perché quella sollecitazione degli scienziati non si tradusse in una decisione?
IL PESO DELL’ECONOMIA SULLA SALUTE
Grazie alle domande del Presidente Lisei e dei commissari Galeazzo Bignami, Alice Buonguerrieri e Antonella Zedda è emerso il vero nodo della vicenda: il possibile ruolo delle pressioni del mondo produttivo sulle mancate chiusure. La senatrice Zedda ha chiesto conto dei rapporti tra imprenditori e referenti istituzionali in quei giorni. Speranza ha negato ogni condizionamento.
Il riferimento al «costo» delle chiusure nel verbale del 2 marzo pone però un interrogativo che non può essere eluso: quanto valse la vita dei cittadini della Val Seriana rispetto alle fabbriche aperte?
I LEGALI: «NESSUN GIUDICATO DEFINITIVO, LE AZIONI PROSEGUONO»
Intervengono i legali del team che assiste l’Associazione: «Le contraddizioni e i silenzi emersi ieri in Commissione confermano la fondatezza delle domande che abbiamo posto in sede giudiziaria. Vogliamo ribadire con chiarezza un principio: su questa immane tragedia nulla è coperto da giudicato definitivo. Le nostre azioni proseguiranno in ambito civile, sul fronte penale e con il ricorso pendente dinanzi alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, finché non saranno accertate tutte le responsabilità istituzionali».
LA VOCE DEI FAMILIARI
«Non basta parlare di competenze: bisogna dire chi doveva decidere e perché non lo ha fatto», dichiara il direttivo dell’Associazione. «Abbiamo seppellito i nostri cari senza poterli nemmeno salutare. Per noi è stata una “strage di Stato”. Non permetteremo che la più grande tragedia italiana dal dopoguerra venga riscritta e archiviata a colpi di “non ricordo”, alibi burocratici e rimpalli di responsabilità».
L’Associazione ringrazia il Presidente Lisei e i commissari Bignami, Buonguerrieri e Zedda per l’impegno con cui stanno cercando di far luce sui fatti. Chiede alla Commissione di proseguire con l’acquisizione integrale degli atti della Procura di Bergamo e con il confronto tra le versioni dei protagonisti.
«Le nostre famiglie hanno pagato un prezzo inimmaginabile. Esigiamo verità, risposte e assunzione di responsabilità. Non ci sarà pace senza verità».
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