Caso Nembro e Alzano, #Sereniesempreuniti su audizione Speranza: «Il lockdown nazionale non risponde alla mancata zona rossa»
Roma / Bergamo, 27 ottobre 2026 – Esprime profonda amarezza e ferma condanna l’Associazione dei familiari delle vittime del Covid-19 #Sereniesempreuniti a seguito dell’audizione dell’ex ministro della Salute, Roberto Speranza, svoltasi il 26 ottobre davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta a Palazzo San Macuto.
Per i familiari, l’intervento sulla mancata zona rossa nella bergamasca stimolato dalle domande dei commissari di maggioranza ha confermato la linea del rimpallo di responsabilità tra istituzioni e l’elusione del nodo centrale della tragedia che ha colpito la Bergamasca.
Al centro della contestazione vi è la gestione della tempistica e la sovrapposizione tra la mancata zona rossa locale e le restrizioni nazionali:
Lo slittamento cronologico
L’Associazione respinge con forza il tentativo dell’ex ministro di spostare l’attenzione sulle date del 5 e 6 marzo 2020 nonostante le domande poste fossero precise e specifiche sulla data del 23 febbraio 2020, data dei primi casi all’ospedale di alzano lombardo.
L’ex ministro ha dichiarato di aver firmato il 5 marzo 2020 il decreto di chiusura predisposto dai tecnici – provvedimento poi mai adottato con la motivazione di voler applicare «misure per un territorio più ampio».
Per i familiari, focalizzarsi sul 5 marzo 2020 significa omettere i 13 giorni cruciali precedenti.
La domanda fondamentale resta priva di risposta: perché il 23 febbraio 2020 Nembro e Alzano Lombardo non furono immediatamente isolati come fatto solo due giorni prima per Lodi, Codogno e Vo’ Euganeo?
L’insufficienza del lockdown nazionale
L’Associazione evidenzia come il lockdown nazionale avviato l’8 marzo non fosse minimamente equiparabile alle zone rosse di febbraio, dato che solo con i successivi decreti del 22 marzo 2020 (come ricordato dai commissari) vennero finalmente sospese le attività produttive non essenziali.
Richiamare le chiusure generali successive non risponde alla domanda su ciò che avrebbe dovuto essere fatto prima in Val Seriana, dove il virus ha fatto registrare circa 12.000 morti in un mese e mezzo.
Le stime delle vite perse
Come emerso anche dalle perizie tecniche presentate nell’ambito delle indagini giudiziarie dal microbiologo Andrea Crisanti, l’istituzione tempestiva della zona rossa a fine febbraio avrebbe potuto risparmiare oltre 4.300 vite umane.
Per i familiari, lo slittamento temporale emerso in audizione suona come un’ammissione implicita di un’omissione fatale.
«Non basta ricordare che l’Italia è stata poi chiusa interamente. I familiari chiedono di sapere perché il focolaio più grave d’Italia non venne isolato a febbraio. Nella Bergamasca il diritto alla vita è stato subordinato ad altri interessi e oggi, dopo sei anni, non sono arrivate né certezze né scuse formali alle famiglie», ribadiscono i rappresentanti dell’Associazione.
I familiari delle vittime chiedono che il prosieguo dei lavori della Commissione e i successivi interrogatori all’ex ministro Speranza facciano piena luce sulle motivazioni della mancata chiusura, senza ulteriori rinvii o ricostruzioni parziali da parte dell’ex ministro.
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